Vince May, la musica come bussola per la pace: in radio “Street of Heaven”

Dal 25 settembre il nuovo singolo tratto da “Peacefare”, il primo EP di Alfredo Rabaiotti. Quattro canzoni per raccontare un mondo ferito, cercando nella musica una strada verso la consapevolezza e la speranza

Ci sono momenti in cui la musica smette semplicemente di essere musica e diventa una domanda. Una domanda rivolta al presente, alle nostre coscienze, soprattutto a quelle nuove generazioni che si trovano a crescere dentro un mondo attraversato da conflitti, propaganda, solitudine e continue contraddizioni.

È da questa esigenza che nasce “Peacefare”, il primo EP di Vince May, pseudonimo di Alfredo Rabaiotti, cantautore, chitarrista e produttore bresciano. Un progetto che, attraverso quattro brani, prova a trasformare la musica in una sorta di bussola: non per indicare una strada già tracciata, ma per aiutare a ritrovare un orientamento.

Dal 25 settembre è in radio “Street of Heaven”, brano che chiude il viaggio dell’EP pubblicato da May Productions e disponibile in CD, digitale e vinile.

Quattro canzoni, quattro prospettive differenti per raccontare una stessa inquietudine: quella di un’umanità alla ricerca della pace mentre continua a convivere con nuove forme di conflitto.

Si parte dall’energia rock di “No More Lies”, riflessione sulla dipendenza dai dispositivi digitali e sul rapporto sempre più complesso tra tecnologia e crescita personale. La title track “Peacefare” entra invece nel territorio della propaganda, interrogandosi sulle illusioni costruite intorno alla guerra e alla democrazia.

Con “Farah” il racconto cambia tono e diventa più intimo. Le atmosfere, attraversate da suggestioni gilmouriane, accompagnano la storia di una bambina palestinese di cinque anni, trasformando la tragedia di un conflitto in uno sguardo innocente, forse proprio per questo ancora più doloroso.

Poi arriva “Street of Heaven”, il brano scelto come nuovo singolo. Le sonorità si spostano verso un country rock di matrice americana, con un’atmosfera che guarda a Nashville, ma il cuore del pezzo rimane profondamente umano: l’accompagnamento alla morte diventa occasione per riflettere sulla vita, sulla spiritualità e sulla possibilità di trasformare il dolore in speranza.

È probabilmente questo il filo invisibile che attraversa tutto Peacefare: partire dalla fragilità dell’individuo per arrivare a una riflessione collettiva.

La scelta di parlare ai giovani non è casuale. Rabaiotti porta nella musica un percorso professionale e umano costruito negli anni. Da ventisei anni è coach sistemico e ha accompagnato imprenditori, manager, giovani e famiglie, maturando esperienze formative anche negli Stati Uniti e in Giappone. Per diversi anni ha inoltre collaborato con la Fondazione Rita Levi-Montalcini, lavorando su progetti legati alla formazione e all’autonomia delle donne africane e, più in generale, sull’importanza dello spirito critico e della consapevolezza.

Esperienze che oggi ritornano nella sua musica.

«Peacefare nasce come una bussola per i giovani, spesso disorientati da un mondo adulto irrisolto, per aiutarli a trovare la propria serenità».

Una frase che racconta bene l’ambizione di questo primo lavoro: utilizzare il linguaggio universale della musica per parlare di ciò che spesso non è facile spiegare con le parole.

Dietro Vince May c’è anche una storia personale. “Vince” è un omaggio al nonno paterno Vincenzo, mentre “May” richiama il mese di nascita dell’artista e, contemporaneamente, Brian May, la prima rockstar di cui si è innamorato musicalmente.

Il suo universo sonoro nasce dall’incontro tra rock, blues e country, con riferimenti che spaziano dagli U2 ai Genesis, dai Led Zeppelin ai Pink Floyd fino al cantautorato americano e al folk internazionale. Un immaginario costruito anche attraverso i luoghi simbolo della musica americana, da Memphis a Nashville fino a New Orleans.

Negli ultimi sei anni Rabaiotti ha approfondito lo studio dell’armonia e della post-produzione, arrivando a creare il May Recording Studios, spazio nel quale sviluppa e produce i propri progetti.

Ma Peacefare non è soltanto il debutto di un musicista. È il punto d’incontro di esperienze diverse: la musica, la formazione, la scrittura, il lavoro con i giovani e un percorso personale che ha sempre avuto al centro l’essere umano.

Anche per questo le quattro tracce dell’EP sembrano comporre un unico racconto. Dalle bugie alla propaganda, dalla tragedia di una bambina alla morte, fino alla possibilità di ritrovare una strada.

E quella strada, per Vince May, passa ancora una volta dalla musica.

Perché quando il mondo sembra aver perso la propria direzione, forse una canzone non può fermare una guerra. Ma può ancora provare a cambiare lo sguardo di chi la ascolta.

Le 5 domande a Vince May

  1. “Peacefare” nasce con l’idea di essere una bussola per i giovani. Qual è la prima cosa che vorresti che un ragazzo portasse con sé dopo aver ascoltato questo EP?

Mi piacerebbe che portasse con sé una domanda, più che una risposta. Le risposte già pronte arrivano da ogni parte, spesso vendute come verità. Io vorrei solo che un ragazzo, spenta la musica, si chiedesse: “E io, dentro di me, che tipo di pace sto costruendo?”. Non ho la pretesa di insegnare nulla. Ma da quello che ho visto in tanti anni di lavoro con i giovani, so che oggi vivono molte ansie, rese più forti dal Covid, che ha mostrato tutte le ferite di noi adulti. Se queste quattro canzoni riescono ad accendere un piccolo spirito critico, a far nascere il desiderio di guardare oltre le parole che ci raccontano, allora avranno fatto la loro parte. Una bussola non decide la strada: aiuta soltanto a non perdersi.

  • In “Farah” racconti la tragedia palestinese attraverso gli occhi di una bambina di cinque anni, mentre in “Street of Heaven” affronti il tema della morte e della spiritualità. Quanto è difficile trasformare temi così dolorosi in musica senza perdere la loro autenticità?

È stato difficile, e devo ammettere che ho avuto anche timore di non esserne all’altezza. Davanti alla Palestina mi sono sentito piccolo: è un tema di una complessità enorme e conosco persone che lo sanno raccontare molto meglio di me. Per questo ho scelto di togliere la politica e di lasciare parlare una bambina che non sa nulla del conflitto, sa solo che la sua famiglia non c’è più e che le resta il suo nome, Farah, che significa felicità. Credo che l’autenticità si perda quando si vuole spiegare o giudicare. Farah invece fa domande, e quell’innocenza fa più male di qualsiasi analisi. Con “Streets of Heaven” è stato diverso: lì ho attinto a quello che ho vissuto accanto a tante persone negli ultimi giorni della loro vita. Non ho dovuto inventare nulla, ho cercato solo di restare fedele a quello che mi hanno lasciato. Il percorso interiore è durato mesi; la scrittura, poi, è arrivata in un paio di settimane. In registrazione alcune parti hanno richiesto decine di ripetizioni, perché non bastava suonarle: dovevo sentirle.

  • Il tuo percorso con la Fondazione Rita Levi-Montalcini e il lavoro sulla formazione e sullo spirito critico hanno avuto un ruolo importante nella tua crescita. Quanto di quell’esperienza è entrato dentro le canzoni di “Peacefare”?

Più di quanto immaginassi mentre scrivevo. Lavorare per la Fondazione, fino alla scomparsa della Professoressa, mi ha formato profondamente come persona. Il progetto aveva un obiettivo che mi è rimasto dentro: restituire dignità alle donne africane attraverso lo studio, e insieme sostenere progetti concreti come la costruzione di pozzi. Ho imparato che la dignità passa dalla conoscenza, e che dare strumenti alle persone vale più che dare risposte. Questo principio è lo stesso che guida “Peacefare”. In “No More Lies” parlo di un fiume di bugie in cui viviamo e del bisogno di tuffarsi nella verità; in “Peacefare” provo a smascherare l’idea che una guerra possa portare pace. Non sono canzoni che dicono cosa pensare: sono un invito a pensare con la propria testa. Credo sia il modo più rispettoso che ho per restituire qualcosa di quello che ho ricevuto.

  • Nel tuo sound convivono rock, blues, country americano e atmosfere che richiamano anche il mondo di David Gilmour. Quanto è importante per te mantenere queste radici musicali e, allo stesso tempo, utilizzarle per raccontare il presente?

Per me è fondamentale, perché quelle radici non sono una scelta stilistica: sono la musica che mi ha salvato la vita. Sono cresciuto con gli U2, i Genesis, i Led Zeppelin e soprattutto i Pink Floyd, e frequento da anni i luoghi dove questa musica è nata, Memphis, Nashville, New Orleans. Anche l’inglese, per me, non è una posa ma una radice. Quello che ho sempre amato di Gilmour, di Springsteen, degli U2 è che non si sono mai accontentati di un bel suono: avevano un messaggio da portare, spesso sociale, spesso scomodo. Ecco, io provo umilmente a seguire quella lezione. Usare un linguaggio che qualcuno potrebbe considerare “del passato” per parlare di dipendenza da device, di propaganda, di guerra, mi sembra un modo per dire che certe forme non invecchiano, se hanno qualcosa di vero da dire. “Farah” è il mio piccolo tributo a Gilmour, “Streets of Heaven” il mio omaggio a Nashville

  • “Street of Heaven” parla di un’esperienza legata all’accompagnamento alla morte, ma arriva alla speranza.

Se dovessi racchiudere tutto “Peacefare” in una sola parola, quale sarebbe e perché?

Direi responsabilità. Mi piace pensarla scomposta: respons-abilità, cioè l’abilità di dare una risposta. Le guerre che vediamo fuori sono la trasposizione del conflitto che abbiamo dentro, e scrivere questo EP mi ha costretto a riconoscere che anch’io faccio parte di quella “malattia”: il bisogno di avere tutto e subito, di evitare il dolore anche quando lo provoca ad altri. Responsabilità significa smettere di pensare che il problema sia sempre altrove. Ma non la vivo come una parola pesante. È proprio quella che porta alla speranza di “Streets of Heaven”: se ognuno di noi trova la propria risposta, possiamo ancora costruire qualcosa di buono, e lasciare ai ragazzi una strada un po’ più chiara di quella che abbiamo trovato noi.

Ultimo aspetto ma che desidero comunicare che a brevissimo pubblicherò un singolo sull’antifascismo. Tema oggi più che mai d’attualità e del quale è necessario prendere una posizione netta.