Dal 2 ottobre il nuovo album del contrabbassista e compositore barese, pubblicato da AlfaMusic. Un viaggio tra tradizione, ricerca e immagini sonore, nato dall’incontro con la scena jazz di New York.
Ci sono dischi che si ascoltano. E poi ci sono dischi che sembrano chiederti di fermarti.
“The Town Does Not Exist”, il nuovo album di Mario Iannuzziello, appartiene a questa seconda dimensione. Dal 2 ottobre 2026, il lavoro sarà disponibile sulle piattaforme digitali e in CD per AlfaMusic, portando l’ascoltatore dentro un universo sonoro fatto di jazz, silenzi, memoria e nuove possibilità.
Un titolo che sembra quasi suggerire un luogo immaginario, una città che non esiste sulla carta ma che prende forma attraverso la musica. Ed è proprio qui che comincia il viaggio di Iannuzziello: tra ciò che conosciamo e ciò che ancora dobbiamo scoprire.
Contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore barese, Iannuzziello costruisce il suo linguaggio muovendosi lungo il confine tra tradizione jazzistica e sensibilità contemporanea. Nel nuovo album gli standard incontrano composizioni originali, il lirismo dialoga con ritmiche moderne e ogni brano diventa una piccola storia da attraversare.

Un incontro nato a New York
“The Town Does Not Exist” nasce da un desiderio coltivato per anni: registrare a New York, insieme a musicisti immersi quotidianamente in una delle scene jazz più importanti al mondo.
Al suo fianco ci sono Addison Frei al pianoforte e Diego Joaquin Ramirez alla batteria. Un trio nel quale la musica non sembra mai essere semplicemente eseguita, ma costruita momento dopo momento attraverso l’ascolto reciproco.
«Abbiamo cercato di catturare un momento reale, lasciando che la musica prendesse forma attraverso l’ascolto reciproco e il dialogo che rende unico il linguaggio del trio jazz», racconta Iannuzziello.
La registrazione al Bunker Studio, con la produzione di John Davis, diventa così parte integrante dell’esperienza: non soltanto un luogo dove incidere un album, ma uno spazio nel quale incontrarsi, ascoltarsi e trasformare le idee in suono.
Gli standard rappresentano il punto di partenza, la memoria condivisa della grande tradizione jazzistica. Le composizioni originali, invece, provano ad andare oltre, cercando una voce personale capace di parlare al presente.
La musica come poesia
C’è un’altra parola che sembra attraversare tutto il progetto: poesia.
L’ispirazione dichiarata di Iannuzziello guarda anche alla scrittura di Anne Sexton, e alcune delle immagini evocate intorno all’album sembrano appartenere proprio a quel territorio sospeso in cui il silenzio diventa parte della musica.
Come scrive Luigia Cavone, questa musica invita «a fermarsi, a cercare e a contemplare», creando atmosfere che si innalzano e si abbassano, corrono e improvvisamente si fermano.
È un jazz che non ha fretta.
Il contrabbasso cerca, scava, accompagna. Il pianoforte apre finestre. La batteria dialoga e costruisce lo spazio. E nel continuo incontro tra i tre strumenti emerge una musica capace di evocare anche rimpianto, memoria e quella particolare forma di malinconia che non fa rumore.
E forse è proprio questo uno dei fascini di “The Town Does Not Exist”: la capacità di suggerire senza spiegare.
Dieci tracce, una sola storia
La tracklist attraversa standard e composizioni originali:
The Town Does Not Exist, I Thought About You, Little Church, Blues on My Mind, I Fall in Love Too Easily, The Dobler-Dahmer Theory, My Old Flame, I Fall in Love Too Easily (Alternate Take), Blues on My Mind (Alternate Take), Hindsight.
Tra i brani che accompagnano il progetto ci sono anche “The Dobler-Dahmer Theory” e “Little Church”, pubblicati nel 2026.
Dieci tracce che sembrano comporre una sorta di racconto senza parole, dove ogni passaggio lascia qualcosa al successivo.

Una voce della nuova generazione del jazz italiano
Il percorso di Mario Iannuzziello nasce a Bari e passa dal Pentagramma, dal Conservatorio di Matera e dalla Siena Jazz University, dove nel 2022 consegue il Diploma di II Livello studiando con musicisti come Jeff Ballard, Joe Sanders e Ralph Alessi.
Oggi prosegue la sua ricerca con il biennio in Composizione Jazz al Conservatorio “N. Piccinni” di Bari.
La sua musica guarda alla tradizione ma non rimane prigioniera del passato. Le influenze contemporanee, il cinema, la cultura pop e la ricerca compositiva entrano nel suo universo creativo, dando vita a un linguaggio che cerca soprattutto una cosa: raccontare attraverso il suono.
Dalle colonne sonore dei cortometraggi Myosis e Hotel Roma ai precedenti lavori discografici, passando per End of May, The Fool e Ruhe, il percorso di Iannuzziello continua a sviluppare una precisa idea di musica: dinamica, narrativa, capace di creare immagini anche quando non ci sono parole.
E così, dal 2 ottobre, “The Town Does Not Exist” invita l’ascoltatore a entrare in una città che forse non esiste davvero.
Una città fatta di suoni, silenzi, incontri e ricordi.
Perché a volte i luoghi più importanti non sono quelli che possiamo trovare su una mappa. Sono quelli che la musica riesce a costruire dentro di noi.
5 domande per Mario Iannuzziello
1. “The Town Does Not Exist” è un titolo molto evocativo. Che cos’è, per te, questa città che non esiste? È un luogo reale, immaginario o forse uno spazio che esiste soltanto attraverso la musica?
Il titolo è da ricondursi al primo verso di The Starry Night, poesia che Anne Sexton scrisse ispirandosi al dipinto di Vincent Van Gogh, secondo alcune ricostruzioni della critica. Quella città che non esiste in verità non è esattamente un luogo, semmai uno spazio sospeso o anche solo una percezione, la sensazione di vertigine che si ha nell’immaginare il cielo oscuro non tanto come una volta distante anni luce da noi, ma come un oceano sotto i nostri piedi. Per me è diventata l’immagine giusta per questo album, un luogo senza forma dove la percezione dello spazio muta con il mutare delle idee musicali che si susseguono nei brani.
2. Hai scelto di registrare a New York, con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez. Che cosa ti ha lasciato, umanamente e artisticamente, questo incontro con due musicisti e con una scena jazz così importante?
Registrare al Bunker Studio con Addison e Diego è stata la realizzazione di un sogno che coltivavo da anni. Entrare in studio con musicisti della nuova generazione che vivono ogni giorno quella scena è stato incredibile. Non ho voluto ricalcare l’esperienza di molti musicisti europei che rintracciano personaggi già molto affermati sulla scena statunitense per una sola sessione di registrazione in studio. Ho voluto realizzare qualcosa di autentico con musicisti newyorkesi con cui collaboro stabilmente e che conosco da tempo, per me è questo a fare la differenza. Umanamente è stato un incontro tra approcci diversi che si sono trovati subito in ascolto reciproco. Artisticamente questo mi ha dato una conferma di quanto il disco avesse bisogno di questo tipo di dialogo e interazione paritaria per prendere forma e svilupparsi in modo coerente.
3. Nel tuo album il silenzio sembra avere quasi lo stesso peso delle note. Quanto è importante, per te, ciò che non viene suonato?
Il silenzio è solo il contrario della musica, e tuttavia ne è parte.Suono e silenzio sono come vuoto e spazio, luce ed ombra, non esiste uno senza l’altro. Nella fattispecie ho cercato in questo album di non avere un approccio muscolare ai brani e di non cercare ostinatamente di interpretare in studio e nella fase di produzione una sorta di versione molto migliorata di me stesso. Ho accettato di suonare alla pari con altri musicisti senza sentirmi un altro, ma cercando di mettere me stesso in questo lavoro senza mai perdere la misura di me stesso, è questo il livello di maturità che ammiro nei grandi musicisti e a cui io stesso aspiro.Nel jazz ciò che non viene suonato non è detto che non esista, rimane sottinteso ed esercita una sua influenza indiretta su ciò che invece la musica dice esplicitamente. Tenendo questo a mente è forse più naturale, quando si percepisce un proprio suono, una propria voce e delle note che ci rappresentano, suonare quelle e tenere fuori tutto il resto senza necessariamente negarlo.
4. Tra standard e composizioni originali, tradizione e ricerca, qual è la tua idea di jazz oggi e quale direzione senti di voler esplorare nel futuro?
Per me gli standard restano il linguaggio comune da cui partire, sono il terreno condiviso di ogni esperienza spontanea tra i musicisti che amano questa musica. Le composizioni originali ne proseguono il discorso, muovendosi tra tradizione e sensibilità contemporanee. Non vivo questa distinzione in modo particolarmente netto, credo da sempre in una sorta di unitarietà di questa musica, che rimandi inevitabilmente alle sue origini e ai punti di contatto con altri generi ed esperienze musicali. La mia idea del jazz abbraccia tutto ciò che è nuovo senza perdere la consapevolezza di ciò che questa musica è stata, rifiutando categoricamente certe operazioni di retroguardia, ma anche l’innovazione per l’innovazione, priva cioè di una propria consapevolezza e fuori dalle geometrie che la nostra musica impone, seppure nella assoluta libertà creativa con cui si manifesta.
5. Se “The Town Does Not Exist” fosse davvero una città nella quale accompagnare per mano l’ascoltatore, quale emozione vorresti che portasse con sé quando arriva alla fine del viaggio?
Non sono assolutamente in grado di rispondere a domande come questa, ed in verità, non è mai stata mia intenzione. La musica, specialmente quando è dissociata dalla parola, ha un valore evocativo che l’artista stesso ha il dovere di rispettare, evitando, se si può, un rappresentazione univoca di significato e significante. La città che non esiste non ha forma, e tuttavia esiste in quanto evocata e immaginata dagli ascoltatori. Non mi è dato dare una direzione, e pertanto neanche un nome all’emozione di chi ascolta, sarebbe miope e presuntuoso da parte mia. Più che cercare di evocare uno stato d’animo con la mia musica, mi limito a suggerire un’idea, un accostamento, una intuizione che resti libera di tradursi in qualsiasi forma ed in qualsiasi stato emotivo in cui si riconosca chi la ascolta. Il significato di quel che creiamo è al di fuori di noi, e credo ci serva accettare che, semplicemente, non ci appartiene.


