Da “Movt Movt” a “Terra Rossa”, fino a “Fuija Fuija (Slow)”: il viaggio di una cantautrice che ha imparato a tornare alle proprie radici per ritrovare se stessa
Ci sono viaggi che iniziano con una partenza e altri che, invece, cominciano proprio quando ci si ferma.
È forse questo il senso più profondo del percorso artistico e umano di Ylenia Lucisano, cantautrice calabrese che negli anni ha trasformato le proprie radici in una lingua musicale capace di parlare al presente, senza mai dimenticare da dove arriva.
Dal 4 settembre è disponibile in radio e sulle piattaforme digitali “Fuija Fuija (Slow)”, secondo capitolo del nuovo progetto ethnotronico dell’artista, iniziato con “Terra Rossa”. Un progetto nel quale elettronica, folk e dialetto rossanese si incontrano per raccontare qualcosa che va ben oltre la musica: il bisogno di ritrovare un ritmo più umano in un mondo che sembra chiederci continuamente di correre.

E forse non è un caso che proprio il dialetto sia diventato oggi la sua lingua più autentica.
Ylenia Lucisano è partita dalla Calabria, ma la Calabria non ha mai smesso di viaggiare con lei.
Il suo ingresso ufficiale nella scena musicale italiana arriva nel 2013 con Quando non c’eri. Nello stesso anno arriva una delle prime grandi occasioni della sua carriera: il Concerto di Natale di Roma, trasmesso in prima serata su Rai Due, accanto a importanti protagonisti della musica italiana e internazionale.
Poi arriva Movt Movt, il primo brano scritto e cantato in dialetto calabrese. Una canzone che già nel titolo contiene il movimento, la partenza, la voglia di andare incontro a qualcosa di nuovo.
Nel 2015 quel percorso la porta sul palco del Concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma.
Poi il Premio Lunezia, Area Sanremo con Riverbero, la produzione di Taketo Gohara sotto Virgin Records/Universal Music Italia, un secondo Primo Maggio nel 2019 e una serie di palchi importanti: dal Ravello Festival al Kaulonia Festival, dall’Alcatraz di Milano all’Arena di Verona.
Ci sono le aperture dei tour di Francesco De Gregori e Roby Facchinetti, le collaborazioni autorali con Pacifico, Zibba e Giuseppe Anastasi, il Capri Exploit Award.
Una carriera fatta di passi avanti, incontri, palchi e chilometri.
Eppure, a un certo punto, il viaggio sembra cambiare direzione.
Nel 2026 arriva Terra Rossa, il primo capitolo di un nuovo percorso elettro-folk che riporta Ylenia verso le sue origini più profonde: la Calabria, Rossano, il dialetto, la memoria e quella parte di sé rimasta legata a una terra lasciata fisicamente, ma mai davvero abbandonata.
Poi arriva Fuija Fuija (Slow).
E già il titolo sembra contenere una contraddizione.
“Fuija”, in rossanese, significa “scappa”.
È quella voce che ci spinge a correre. A riempire le giornate. A rincorrere appuntamenti, ambizioni, scadenze, obiettivi. A convincerci che fermarsi significhi perdere tempo.
Poi c’è “Slow”.
La frenata.
Il respiro.
La possibilità di guardarsi finalmente intorno.
Non è un invito a smettere di vivere, ma quasi il contrario: un invito a vivere davvero.
Il brano, scritto da Ylenia Lucisano, prodotto da Gerolamo Sacco e pubblicato da Miraloop con distribuzione Pirames International, nasce infatti da un conflitto molto umano: quello tra la necessità di continuare a correre e il desiderio, sempre più forte, di ritrovare un tempo che ci appartenga.
«Fuija fuija è quella voce nella testa che ti dice di correre, di fare sempre di più, come se il tuo valore dipendesse da quanto hai piena l’agenda. Slow è la coscienza quando ti ricorda che non c’è fretta, perché tutto arriva al momento giusto», racconta Ylenia.
E forse è proprio qui che la canzone smette di essere soltanto una canzone.
Diventa una confessione.
Ylenia racconta di averla scritta mentre progettava il trasferimento da Milano verso il Sud. Una scelta che assume così un significato ancora più profondo: tornare verso casa per capire meglio chi siamo.
E allora il dialetto rossanese non è soltanto una scelta musicale.
È una scelta di verità.
Quando canta “fuija fuija ma nu vul, fuija fuija ma po’ caij”, dentro quelle parole sembra esserci tutta la fatica di una rincorsa che prima o poi presenta il conto.
E quando arriva “fuija fuija e nu pozz scappar”, il significato diventa ancora più intimo: puoi correre quanto vuoi, ma non puoi scappare da te stesso.
È questo il cuore di Fuija Fuija (Slow).
Una canzone che parla di fuga, ma che in realtà racconta un ritorno.
Il ritorno a un tramonto osservato senza fretta. A un tempo non necessariamente produttivo, ma semplicemente vissuto. A quella parte di noi che spesso lasciamo indietro mentre cerchiamo di arrivare da qualche altra parte.
E forse la vera rivoluzione, oggi, non è correre più velocemente degli altri.
È avere il coraggio di rallentare.
Perché qualche volta bisogna smettere di inseguire tutto ciò che abbiamo davanti per accorgerci di quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle.
Ylenia Lucisano lo fa attraverso la musica, mescolando elettronica e tradizione, contemporaneità e memoria, italiano e dialetto.
E così Rossano torna a essere non soltanto un luogo, ma una voce.
Una voce che le ricorda che si può partire, cambiare città, inseguire sogni, attraversare palchi e costruire una carriera.
Ma alcune radici continuano a chiamarti.
E quando finalmente impari ad ascoltarle, forse scopri che tornare non significa andare indietro. Significa, semplicemente, ritrovare la strada verso se stessi.

Cinque domande per Ylenia Lucisano
1. “Fuija Fuija” significa “scappa”, mentre “Slow” invita a rallentare. Qual è stata la fuga più grande della tua vita e quando hai capito che, forse, era arrivato il momento di fermarti?
La fuga più grande è stata partire da Rossano. L’ho fatto come tanti giovani del sud, con la convinzione che altrove ci fosse qualcosa che qui mancava. E in parte era vero. Milano mi ha dato tanto: palchi importanti, incontri che mi hanno formata, una professionalità che non avrei trovato altrove. Ma a un certo punto ho capito che stavo ancora cercando quel qualcosa che mancava, solo che non sapevo più cosa. Avevo smesso di fuggire da un posto e avevo iniziato a fuggire da me stessa. Il momento in cui ho capito che era ora di fermarmi non è stato un’illuminazione, è stata un’emozione di fondo che si è fatta sempre più rumorosa. E da quel sottofondo è nata Fuija Fuija.
2. In “Fuija Fuija (Slow)” il dialetto rossanese diventa quasi una lingua dell’anima. Cosa riesci a dire in dialetto che, magari, in italiano non riusciresti a raccontare con la stessa verità?
L’italiano è tra le lingue più belle e poetiche al mondo. Non si tratta di sostituirlo. Si tratta di capire cosa fa il dialetto che l’italiano, per sua natura, non può fare allo stesso modo. La lingua madre non si impara solo come sequenza di suoni, si impara insieme alle emozioni, alle esperienze sensoriali, alle relazioni affettive che la accompagnano. Ogni parola dialettale porta con sé un’eredità emotiva sedimentata nell’infanzia. Questo è il punto: l’italiano veicola il concetto. Il dialetto veicola l’emozione nuda, viscerale, immediata. In italiano spesso l’emozione viene diluita perchè ci si sofferma prima sul significato della parola. Quello che cerco quando scelgo il rossanese non è spiegare quello che provo, ma farlo sentire.
3. Se guardi oggi il tuo percorso, da “Movt Movt” fino a “Terra Rossa” e “Fuija Fuija (Slow)”, quanto è cambiata Ylenia e quanto, invece, è rimasta quella ragazza che aveva bisogno di partire per cercare se stessa?
Non direi cambiata, direi integrata. Movt Movt parlava di partire per cercare la propria identità nel mondo, e quella ragazza sono ancora io. Solo che oggi quella spinta la capisco meglio. So da dove veniva, so cosa cercava, so cosa ha trovato e cosa no. Il filo che va da Movt Movt a Terra Rossa fino a Fuija Fuija è sempre lo stesso: l’identità. Chi sei quando togli tutto quello che ti è stato messo addosso? Quella domanda non ha ancora smesso di farsi sentire. Forse non la smette mai. Ma oggi la ascolto invece di scappare.
4. Hai vissuto tanti anni a Milano e oggi racconti il desiderio di tornare verso il Sud. Cosa significa per te tornare in Calabria: tornare fisicamente in un luogo o ritrovare una parte di te che avevi lasciato lì?
Entrambe le cose ma la seconda viene prima. Io sono tornata al sud dopo quasi 18 anni perché sentivo che c’era una parte di me rimasta lì, qualcosa di vivo che aveva bisogno di essere riannodato. Non è un ritorno romantico. Il sud ha ancora tutti i limiti che la fanno soffrire e che fanno soffrire chi lo ama.Significa scegliere di starci dentro, con gli occhi aperti.
5. Viviamo in un tempo nel quale sembra che fermarsi sia quasi una colpa. Se potessi lasciare un messaggio a chi oggi corre continuamente senza sapere più perché lo sta facendo, cosa gli diresti?
Che fermarsi è l’unico modo per capire dove stai andando davvero. Viviamo in un sistema che ci ha convinto che il valore di una persona si misura in produttività, in velocità, in visibilità. E noi abbiamo interiorizzato quella misura così profondamente che quando ci fermiamo proviamo un senso di colpa. Il momento in cui ti fermi non è il momento in cui smetti di vivere è il momento in cui inizi ad accorgerti di essere vivo.
perché Fuija Fuija (Slow), alla fine, non chiede di smettere di camminare. Chiede soltanto di non dimenticare più perché abbiamo iniziato a farlo.


