Ci sono artisti che suonano uno strumento. E poi ci sono artisti che riescono a trasformare uno strumento in una voce dell’anima. Ana Carla Maza appartiene a questa rara categoria.
Il prossimo 19 luglio, nell’incantevole scenario dell’Auditorium Franco Alfano di Sanremo, la violoncellista, cantante e compositrice cubana porterà sul palco qualcosa che va ben oltre un concerto. Sarà un viaggio attraverso la memoria, le radici, l’identità e i sogni. Sarà la prima mondiale di “ALAMAR Symphonic Suite”, la sua prima composizione per orchestra sinfonica, accompagnata dall’ Orchestra Sinfonica di Sanremo.
Un appuntamento destinato a lasciare il segno all’interno della rassegna Sanremo Summer Symphony, perché rappresenta un momento storico nella carriera di un’artista che negli ultimi anni ha conquistato pubblico e critica in oltre 25 Paesi, incantando migliaia di persone con il suo straordinario talento.

Ma dietro questa nuova avventura musicale c’è molto di più di una semplice sfida artistica.
C’è una bambina nata all’Avana che ha imparato a parlare con il violoncello prima ancora che con le parole.
C’è una giovane donna cresciuta tra Cuba, la Spagna e Parigi, attraversando culture, lingue e tradizioni differenti.
E c’è soprattutto una storia familiare fatta di partenze, esili, ritorni e speranza.
“Alamar”, l’album da cui nasce questa nuova suite sinfonica, non è soltanto una raccolta di canzoni. È una dichiarazione d’amore alle proprie origini.
Il titolo richiama il quartiere sul mare dell’Avana dove Ana Carla è nata, nell’Edificio de los Chilenos, luogo simbolico che accolse decine di famiglie cilene costrette a lasciare il proprio Paese dopo il golpe del 1973. Tra quei rifugiati c’erano anche suo padre e sua nonna.
In quelle mura vive una memoria collettiva fatta di dolore e rinascita, una memoria che oggi diventa musica.
Ogni brano di “Alamar” è una pagina di diario trasformata in melodia. Ogni nota racconta una ricerca interiore. Ogni parola è il tentativo di dare un volto alle proprie radici.
E adesso quel racconto compie un ulteriore passo avanti.
Con “ALAMAR Symphonic Suite”, Ana Carla Maza porta il suo universo creativo dentro il linguaggio della grande orchestra. Un progetto interamente scritto e orchestrato da lei, dove jazz latino, ritmi afro-cubani, musica contemporanea e tradizione sinfonica si incontrano in un dialogo intenso e profondamente umano.
«La musica sinfonica ha sempre fatto parte della mia vita», racconta l’artista. «L’orchestra è stato il primo luogo dove ho imparato ad ascoltare, respirare e costruire il suono insieme agli altri musicisti».
Parole che aiutano a comprendere il valore emotivo di questo debutto.
Per molti compositori una prima opera sinfonica rappresenta un traguardo. Per Ana Carla Maza sembra invece essere un nuovo inizio.
Come se tutte le strade percorse fino a oggi dai festival internazionali ai club jazz, dalle collaborazioni con grandi artisti fino ai centinaia di concerti in giro per il mondo convergessero in questo preciso momento.
Il suo violoncello non racconta soltanto melodie: racconta incontri, migrazioni, emozioni e appartenenze.
La sua voce non canta semplicemente delle parole: custodisce frammenti di vita.
Ed è forse proprio questa autenticità ad aver conquistato il pubblico internazionale.
In un’epoca in cui tutto corre veloce, Ana Carla Maza ci ricorda il valore delle radici. Ci insegna che l’identità non è qualcosa di statico, ma un viaggio continuo tra passato e futuro. Che la musica può ancora essere un ponte tra culture diverse e diventare il luogo in cui le storie personali si trasformano in emozioni universali.
Il 19 luglio a Sanremo non assisteremo soltanto all’esecuzione di una nuova opera.
Assisteremo alla nascita di un sogno.
Il sogno di una bambina cresciuta ascoltando il mare dell’Avana.
Il sogno di un’artista che ha scelto di trasformare la propria storia in musica.
Il sogno di una donna che oggi, attraverso il linguaggio infinito dell’orchestra, continua a ricordarci che le emozioni più vere non conoscono confini.
E quando l’ultima nota di “ALAMAR Symphonic Suite” si spegnerà nell’aria di Sanremo, probabilmente il pubblico porterà con sé qualcosa di più di un semplice ricordo: la sensazione di aver viaggiato, per una sera, tra le onde del mare, la memoria di una famiglia e il battito universale della musica.

5 Domande per Ana Carla Maza
1. “ALAMAR Symphonic Suite” rappresenta la tua prima composizione per orchestra sinfonica. Quale emozione hai provato nel vedere prendere vita questo sogno e sentire la tua musica interpretata da un’intera orchestra?
È un’emozione difficile da descrivere.
Ho studiato il violoncello classico fin da bambina e l’orchestra è stato il primo luogo dove ho imparato ad ascoltare gli altri, a respirare insieme e a costruire un suono collettivo.
Scrivere la mia prima opera sinfonica rappresenta la realizzazione di un sogno che porto dentro da molti anni. L’orchestra mi permette di immaginare la musica con una dimensione ancora più ampia, quasi cinematografica. Ogni strumento aggiunge un colore, una prospettiva e un’emozione diversa.
Sento che tutte le esperienze della mia vita le mie radici cubane, la musica classica, il jazz, i viaggi e il contatto con la natura trovano finalmente uno spazio dove dialogare insieme. Ascoltare questa musica prendere vita attraverso un’intera orchestra è una delle emozioni più profonde che abbia mai vissuto.
2. Il quartiere di Alamar e la storia della tua famiglia attraversano tutto il progetto. Quanto è stato emozionante trasformare quei ricordi personali in una musica capace di parlare a persone di culture così diverse?
Alamar è il luogo dove sono nata. È anche il luogo dove inizia una parte molto importante della storia della mia famiglia: quella dell’esilio cileno di mia nonna e di mio padre, che trovarono a Cuba una nuova casa.
La mia infanzia, però, è stata un viaggio attraverso molti paesaggi dell’isola. Ho vissuto ad Alamar, poi nella Baia dell’Avana, a Guanabacoa e anche a Hershey, in campagna. Sono cresciuta sempre in movimento, immersa nella cultura cubana e afro-cubana, nei suoi ritmi, nelle sue tradizioni e in quel modo così naturale di vivere la musica come parte della quotidianità.
Per questo ALAMAR non racconta soltanto un quartiere. Racconta la memoria, l’identità, il viaggio, le radici, la libertà e la speranza. Credo che quanto più una storia è sincera, tanto più possa diventare universale. La musica ha questa straordinaria capacità di trasformare un’esperienza personale in un’emozione condivisa.
3. Nei tuoi brani convivono jazz, musica classica, ritmi afro-cubani e world music. Come riesci a mantenere la tua identità artistica pur attraversando mondi musicali così differenti?
Non penso mai ai generi musicali come a dei confini.
Sono cresciuta tra Cuba, la Spagna e la Francia e ogni cultura ha lasciato un’impronta nel mio modo di ascoltare il mondo.
Quando compongo non mi chiedo se una melodia appartenga al jazz, alla musica classica o alla musica latina. Mi domando soltanto se racconta davvero quello che sento.
La mia identità non nasce dallo stile, ma dalla sincerità con cui scrivo. La libertà creativa consiste proprio nel lasciare che tutte queste influenze convivano naturalmente, senza forzature.
4. Hai portato la tua musica in oltre 25 Paesi. C’è stato un momento, durante uno dei tuoi concerti, in cui hai capito che il tuo messaggio stava arrivando al cuore delle persone al di là della lingua e delle differenze culturali?
Succede molto spesso alla fine dei concerti.
Persone che parlano lingue completamente diverse vengono a raccontarmi di aver provato la stessa emozione ascoltando un brano.
In quei momenti capisco che la musica non ha bisogno di traduzione. È un linguaggio universale che appartiene a tutti.
Credo che questo sia uno dei doni più belli della mia professione: creare un momento di connessione tra persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate, ma che per qualche istante respirano insieme attraverso la musica.
5. Se potessi dedicare “ALAMAR Symphonic Suite” alla bambina che eri all’Avana, quale messaggio le affideresti oggi prima di salire sul palco di Sanremo?
Le direi di continuare a sognare senza avere paura.
Di custodire sempre la sua curiosità, la sua libertà e la sua gioia di vivere.
Le direi che tutte le ore passate a studiare il violoncello, tutti i viaggi, tutte le sfide e anche i momenti difficili avranno un significato.
E soprattutto le direi di seguire sempre la propria intuizione e di creare con libertà.
Perché la musica trova sempre la sua strada quando nasce dalla verità e dal cuore.


