La parole di Babak Monazzami dopo il docufilm “Stai fermo lì”

Settimane fa noi di TrafficJam al Wanted Clan di Milano c’eravamo, a guardare sullo schermo i volti di giovani sportivi e sportive iraniani uccisi dalla Repubblica islamica. È qui che è stato presentato “Stai fermo lì”, il documentario della giornalista Clementina Speranza, che ha raccontato l’odissea di un giovane persiano in fuga dal suo Paese, una storia che ha risuonato ancor più sullo sfondo delle cronache di questi giorni.

Al centro del film la vicenda di Babak Monazzami, originario di Khorramabad, capitale della regione del Lorestan. Il suo percorso è stato segnato da arresti e torture per motivi legati alla vita quotidiana, come uscire con una ragazza senza legami familiari o indossare jeans e una maglietta a maniche corte. Anche il sogno sportivo si è interrotto: Babak è stato costretto a rinunciare al calcio perché il suo aspetto è stato giudicato troppo “occidentale”.

“La mia storia è la storia di milioni di iraniani”, ha detto dal palco. “I social ci hanno salvato, ma queste cose accadono da più di quarant’anni. Raccontarle è una battaglia per la libertà”. Quel giorno Babak viveva in Germania e aveva la cittadinanza tedesca, ma la sua condizione era stata segnata da un complesso iter burocratico, a causa di un errore della polizia tedesca che aveva considerato falsi i suoi documenti italiani. “Vivo senza diritti come fossi un apolide”, ha detto Monazzami sul palco. Tra gli interventi, quello della capitana della squadra femminile iraniana in Italia: “Per noi iraniani questa dittatura è peggio della guerra. Io sono stata arrestata perché sono andata a correre con i leggings”.

Le fotografie degli sportivi uccisi hanno restituito concretezza alle testimonianze. Tra loro il lottatore Saleh Mohammadi, 19 anni, arrestato il 15 gennaio 2025 a Qom e successivamente impiccato, e Javidnam Arshia, 22 anni, campione nazionale di fitness, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre protestava contro la Repubblica islamica.

Noi Babak Monazzami lo abbiamo intervistato in un secondo momento. Ecco qui il botta e risposta.

Babak, cosa ti ha dato la forza di non rinunciare alla speranza durante la tortura in Iran?

Pensare alle persone che amavo e sapere che sono dalla parte giusta della storia 

Cosa ti ha ferito di più: le minacce misteriose a Milano o l’errore della polizia tedesca che ti è costato due anni in un campo profughi?

L’esperienza della Germania e i comportamenti dei funzionari tedeschi forse anche più delle torture in carcere, perchè hanno attaccato la dignità.

Come immagini il futuro dei giovani iraniani che sognano un cambiamento?

Le donne iraniane devono essere esemplari per tutte le donne del mondo che combattono per la libertà. Quando le donne di un popolo sono così forti e sono appoggiate dai loro fratelli e da uomini determinati raggiungeranno i loro desideri di libertà e diritti.

Se potessi dire una cosa a un giovane europeo che guarda il tuo documentario, cosa gli diresti per non farlo restare fermo?

Difendi la tua libertà. Arricchisciti ogni giorno di cultura e scienza. Ogni pagina e ogni storia che imparerai ti renderà più forte, difficile da distruggere.