Walter Kappa e Piero Scibetta raccontano il ritorno di un progetto nato dalla bizzarria e cresciuto nella qualità sonora
C’è qualcosa di peculiare nel modo in cui certi sodalizi artistici riescono a sopravvivere al tempo, alle distanze e ai cambiamenti del mercato musicale. Walter Kappa e Piero Scibetta, i due nomi dietro il progetto Mental Department, ne sono un esempio vivido. Seduti in una sala di K13, ristorante immerso nel verde della Brianza, raccontano con la naturalezza di chi ha vissuto un’epoca d’oro della musica da club e non ha alcuna intenzione di smettere di fare ciò che ama.
Alla domanda su come sia nata la loro collaborazione, Piero risponde con un sorriso: “Semplicemente essendo, diciamo, con una personalità piuttosto bizzarra entrambi. Ai tempi — parliamo di tredici, quindici anni fa — pensavamo che il Mental Department, il Dipartimento Mentale, fosse effettivamente un focus su quanto potevamo essere in generale bizzarri e quindi un po’ fuori dagli schemi rispetto a quello che già in quel periodo andava anche musicalmente. È nato così, all’epoca con collaborazioni con altre figure. Adesso ci siamo rivisti dopo tanto tempo e abbiamo pensato che potevamo finalmente proseguire questo progetto”.
Sul fronte delle evoluzioni del genere musicale nel corso degli anni, Walter Kappa inquadra la questione con precisione: “A livello di generi musicali è cambiato poco, nel senso che cambiano i nomi che vengono usati per definire i vari generi, però di fatto per quanto ci riguarda le basi partono sempre dall’house e quindi tutte le varie sfaccettature — adesso chiamano melody techno, melody house, afro house — di fatto una volta c’era l’house, la progressive. Il digitale ha portato sicuramente a un’evoluzione e ha migliorato oggettivamente la qualità dei prodotti con le varie apparecchiature che ci sono oggi, però il genere musicale per noi sempre predominante è la house music. È cambiato fondamentalmente il modo di chiamare questi generi, però a differenza di altri generi che hanno avuto proprio uno stravolgimento, la house music è rimasta comunque quella. Ultimamente alcuni brani appartenenti a questo genere, un po’ più morbidi, sono arrivati anche al grande pubblico proprio anche per via dei social e di questa distribuzione che ha aiutato anche il mercato. Una volta la house veniva suonata nei club e, a parte qualche radio, diventava comunque un genere di nicchia. I social, YouTube, i festival hanno aiutato molto a far conoscere questi generi a gente che prima non aveva modo di conoscerli”.
È Piero a presentare il nuovo singolo, pubblicato su Endorfine Records, l’etichetta che i due hanno tenuto in stand-by per qualche anno e che ora rilanciano di pari passo con il progetto: “Il brano ‘Love Parameter’ è molto ipnotico, secondo noi è molto indicato per quello che è una dance floor da club, tuttavia è anche abbastanza predisposto per essere ascoltato in situazioni che stanno fiorendo sempre di più: le situazioni diurne, un brunch. Non è aggressivo a tal punto che viene inquadrato come un brano notturno molto cupo, è un brano che è abbastanza polivalente”.
Sulla prospettiva futura, Walter Kappa non nasconde l’entusiasmo pur riconoscendo i limiti pratici della quotidianità: “Se fosse per noi faremmo solo questo. Ovviamente gli impegni lavorativi di entrambi ci portano a dei compromessi, però ci sono dei progetti su cui stiamo lavorando e stanno venendo fuori delle cose interessanti, belle. Ci stiamo divertendo molto, anche perché insieme nel tempo abbiamo affinato le nostre capacità di poter lavorare sempre più in sintonia e più focalizzati su generi dove in passato dovevamo dipendere da altre situazioni, da altre contaminazioni, da altre persone. Adesso siamo liberi di pensare, piacevolmente uniti per condividere progetti molto polivalenti. La base c’è sempre l’house, però il nuovo progetto a cui stiamo lavorando è già molto diverso da quello che sta uscendo adesso, proprio perché ci piace spaziare in base a quello che sentiamo nel momento. Il prossimo in uscita è già un pochino più orecchiabile, più commerciale tra virgolette — il fatto di mettere un tipo di basso piuttosto che un altro lo rende un pochino più diretto — e quindi potrebbe essere un brano un po’ più radiofonico, per intenderci”.
La domanda su un possibile ritorno ai dj set dal vivo suscita una risposta che dice molto sulla storia e sull’identità artistica dei due: “Direi che si può fare”, risponde Piero, e Walter Kappa aggiunge con stima palpabile: “La tecnica che aveva fin da giovincello questo signore qua sia ancora oggi veramente invidiabile. Stiamo parlando di un’epoca in cui si viaggiava in analogico col vinile e dove questo ragazzone qua faceva girare tre-quattro vinili contemporaneamente davanti a un club da duemila persone. Abbiamo vissuto un’epoca dove il dj aveva un’importanza assoluta, era un riferimento vero”.
Quello che segue è un racconto che va oltre la musica e tocca la sociologia di un intero settore. Walter Kappa descrive la parabola discendente dei grandi club italiani con la lucidità di chi l’ha vissuta dall’interno: “Ho vissuto un po’ a cavallo tra il periodo bello, quello che comunque si viveva in un determinato modo, e quello che poi è stato il declino del club. Un cambiamento dovuto a una crisi proprio di settore. Sono arrivato a quel punto dove ho capito che per me non c’era più lo stimolo, non c’era più la voglia, perché quello che veniva proposto non ci apparteneva più. Siamo stati pionieri di alcuni generi qui in Brianza, ma anche in buona parte del nord Italia — abbiamo portato situazioni, siamo stati i primi a crearle — però poi era sempre più difficile. Quello che facevamo in passato lo vedevamo evoluto e sempre più bello all’estero, mentre in Italia c’era un decadimento a livello musicale molto forte, specialmente su Milano che era all’epoca al centro del mondo anche per le produzioni musicali. Per potersi esprimere con quel tipo di musica bisognava scendere al compromesso di andare solo nei rave, negli after hours, dove la clientela non era quella che noi cercavamo. Noi eravamo più da club come mentalità. Facevo serate importanti anche oltre Milano — il Prince di Riccione, l’Ecu, il Paradiso di Rimini, il Giais di Firenze, il Simbolo a San Marino — locali sparsi dove c’erano ancora situazioni valide, che però in quel periodo cadevano tutti a cascata, uno dietro l’altro chiudevano. Quando chiudono questi che sono dei colossi, forse è un momento dove sta cambiando qualcosa di più forte, più grande di noi”.
L’apertura di un locale in Valtellina fu un tentativo di tenere in vita quella visione, ma anche quello si rivelò un capitolo breve. Nel frattempo, però, nessuno dei due ha mai smesso di produrre musica: “Ci siamo persi un po’ di vista per un periodo, per problemi anche personali, famiglie, cose, ma indistintamente abbiamo continuato a produrre. Adesso ci siamo ritrovati come team, oltre che come amici”. Il progetto Mental Department rimane aperto a contaminazioni esterne, come precisa Piero: “È sempre stato aperto a collaborazioni con altri artisti, con altre persone che la vedono come noi in termini di produzione, di genere, anche tecnico. Quando sei in studio devi trovare la frequenza giusta, devi trovare l’intesa. È anche divertente. Partiamo che siamo noi in Mental Department, però è anche bello sapere che c’è la possibilità che un artista abbia piacere di lavorare insieme a noi”.
L’incontro avviene nel ristorante di Walter Kappa, il K13, e questo offre lo spunto per riflettere su un possibile collegamento tra i due mondi — la cucina e la musica. La risposta è più sottile di quanto ci si aspetterebbe: “A differenza di tanti posti che in questi ultimi anni portano la musica all’interno della ristorazione — serate, piano bar, karaoke — io cerco di distinguere le due realtà. La ristorazione fa da mangiare e deve fare quello bene. Non ho voluto mischiare le realtà musicali con la ristorazione, se non per l’impianto, che è tutto particolare, tutto subwoofer e cose, quindi per la qualità d’ascolto dei miei clienti. Come in studio, anche qui cerco sempre un discorso qualitativo: qualcosa che mi soddisfi e che mi appaghi”.
È Piero però a individuare il filo conduttore più profondo tra le due esperienze: “Il fatto di aver lavorato tanti anni nei locali ci ha permesso di portare l’esperienza vissuta nella notte e appoggiarla a quello che è la ristorazione. Le pubbliche relazioni con le varie clientele, il fatto che eravamo organizzatori di eventi — automaticamente anche in una situazione di ristorazione di questa dimensione, per lui che oltre a essere un bravo dj era un organizzatore e faceva pubbliche relazioni, è stato più facile per quell’aspetto”. A chiudere il cerchio, è ancora Walter Kappa a tracciare la direzione futura del progetto con una chiarezza che non lascia dubbi sulle ambizioni dei due: “Siamo alla ricerca costante della qualità, del miglioramento. Non sono più questi studi megagalattici — io mi sono fatto uno studio in taverna, come lui a casa sua — però anche lì c’è sempre la ricerca della qualità. A livello di tipologia di prodotti, abbiamo una o più persone che ci appoggiano anche sotto la scrittura dei testi, delle voci molto interessanti e accattivanti. Questa sinergia con autori che ci permettono di avere testi e voci importanti ci stimola a fare bene, ci stimola a fare un passo importante e delle produzioni altrettanto importanti”. Mental Department torna, dunque, con la stessa voglia di fare le cose a modo proprio che li ha sempre contraddistinti. La bizzarria di partenza si è affinata in esperienza, la nicchia si è fatta consapevolezza artistica, e il Dipartimento Mentale è di nuovo aperto.


