Cristian Lodi è il fondatore e proprietario di Milord Milano, un cocktail bar nel cuore di Città Studi (Milano). Appassionato di ospitalità e mixology fin dall’inizio, ha creato uno spazio che fonde ricerca, eleganza e convivialità. Ogni cocktail firmato Milord nasce dal desiderio di sorprendere e regalare un’esperienza che va oltre il semplice bere: un incontro di gusto, atmosfera e creatività. Dal 2017 collabora con la Campari Academy come trainer e, dal 2023, è membro della Vermouth Society (Campari). Nello stesso anno ha anche avviato la sua partnership con la Chocolate Academy Milano. Dal 2020 condivide la sua esperienza come docente nei corsi bar per Confcommercio Lecco. Attraverso il suo lavoro, coniuga ricerca, passione e formazione, continuando a essere un punto di riferimento nel panorama della mixology italiana. Lodi racconta la trasformazione da agente immobiliare a bartender e imprenditore, tra formazione continua, cultura dell’accoglienza, gestione del locale e ricerca della semplicità
Prima di entrare nel mondo della miscelazione, Cristian Lodi vendeva case. Nessuna formazione alberghiera alle spalle, nessun percorso prestabilito, ma l’incontro con un’opportunità capace di modificare radicalmente la direzione della sua vita professionale. Nel 2013 nasce Milord, cocktail bar destinato a diventare non soltanto un luogo di lavoro, ma anche il laboratorio nel quale costruire una nuova identità.
Ripercorrendo i suoi primi passi, Lodi riconosce il carattere atipico di quella traiettoria: “Arrivo da tutt’altro mondo. Fino al 2013 facevo l’agente immobiliare e vendevo case. Poi si è presentata l’opportunità di aprire Milord e mi sono lanciato in questa nuova avventura. Per i primi due anni, però, non mi occupavo direttamente del bar: avevamo del personale incaricato di seguire il servizio e di lavorare dietro il banco”.
La svolta arriva quando l’offerta del locale comincia a sembrargli insufficiente rispetto all’identità che desiderava costruire. In un cocktail bar, osserva, la qualità della miscelazione non può essere considerata un elemento accessorio: rappresenta il centro dell’esperienza e, di conseguenza, richiede competenza, studio e consapevolezza.
“Dopo due anni non ero soddisfatto di quello che offrivamo. Essendo Milord un cocktail bar, i cocktail dovevano essere il fulcro del locale e dovevano avere una qualità adeguata. Collaboravamo già con Campari e così ho iniziato la mia formazione tra Campari Academy e Planet One. Da quel momento non mi sono più fermato. Ho seguito molti corsi e continuo ancora oggi a formarmi, sia per aggiornare me stesso sia per poter formare altre persone sulle nuove tendenze e sulle tecniche della mixology”.
Nelle sue parole, la formazione non coincide con il semplice apprendimento di ricette o procedimenti. È piuttosto una disciplina permanente, necessaria per comprendere un settore nel quale il livello professionale è cresciuto rapidamente e il pubblico è diventato più consapevole. Anche quando ricerca preparazioni apparentemente immediate, il cliente contemporaneo pretende precisione e qualità.
Interrogato sul valore dell’aggiornamento professionale, anche alla luce della sua esperienza come docente, Lodi non mostra esitazioni: “La formazione è importantissima. Lo dico anche da formatore, perché tengo corsi in Campari Academy e collaboro alla realizzazione di percorsi di base dedicati a chi vuole avvicinarsi al mestiere. La preparazione è il punto di partenza, perché l’improvvisazione non porta da nessuna parte. In Italia l’asticella della mixology si è alzata moltissimo e oggi le persone cercano semplicità, ma pretendono anche qualità”.
Un ruolo significativo nel suo percorso è stato svolto dalle competizioni, considerate non soltanto occasioni di confronto tecnico, ma anche strumenti di visibilità e posizionamento. Partecipare significa esporsi a un pubblico nuovo, osservare approcci differenti e costruire una rete professionale capace di superare i confini del singolo locale.
“Sotto l’aspetto del posizionamento, le competizioni sono molto importanti perché permettono di farsi conoscere da un pubblico diverso. Sono però fondamentali anche dal punto di vista formativo: incontri nuove persone, osservi il lavoro degli altri e impari a rubare con gli occhi, come si diceva una volta. Inoltre, nascono amicizie, contatti e legami con bartender provenienti da tutta Italia”.
L’esperienza accumulata nel tempo ha portato Lodi a passare naturalmente dal ruolo di allievo a quello di formatore. Nel suo metodo, tuttavia, la tecnica viene dopo un principio più semplice e insieme più difficile da trasmettere: il bar è innanzitutto un luogo di ospitalità. Prima ancora di saper eseguire un cocktail complesso, chi lavora dietro il banco deve imparare ad accorgersi delle persone.
Alla domanda su quale fosse il primo insegnamento destinato alle nuove generazioni, ha spiegato: “La prima cosa che cerco di trasmettere è la mia passione per il mondo del bar. Non mi riferisco soltanto ai cocktail, ma soprattutto all’ospitalità e all’accoglienza dei clienti. Secondo me è questo il primo aspetto da insegnare ai ragazzi di oggi. Troppo spesso vedo giovani più concentrati sulla preparazione di un buon cocktail che sul salutare una persona appena entrata nel locale. L’ospitalità deve venire prima di tutto”.
Il rapporto con il pubblico non si esaurisce, però, nel momento dell’accoglienza. Un cocktail bar comunica attraverso il menu, il linguaggio, l’arredamento, la luce e la musica. Ogni elemento può aiutare il cliente a comprendere la personalità del luogo, senza trasformare il servizio in una lezione o imporre regole dall’alto. Lodi preferisce infatti parlare di orientamento, piuttosto che di educazione.
Ricordando uno dei primi menu concepiti personalmente, racconta un esperimento editoriale nel quale l’ironia diventava uno strumento per dichiarare con chiarezza la filosofia del locale: “Avevamo creato un menu sotto forma di rivista e, al suo interno, avevamo inserito alcuni necrologi. Erano dedicati alle classiche frasi da bar, come ‘bello carico’ oppure ‘con poco ghiaccio’. Le avevamo simbolicamente fatte morire per orientare i clienti e far capire quale tipo di bar fossimo e quale servizio intendessimo offrire. Era un modo simpatico per comunicare la nostra identità”.
L’esperienza del cliente, prosegue, è influenzata anche da ciò che circonda il bicchiere: “L’ambiente, la musica e le luci cambiano già il comportamento delle persone all’interno di un locale”. Una considerazione che riporta il cocktail bar alla sua dimensione più ampia: non una semplice somma di bevande, ma una regia di sensazioni, ritmi e relazioni.
Dietro questa costruzione narrativa esiste però una componente meno visibile e decisamente più concreta: la gestione economica. Il fascino del banco e della creazione deve convivere con fatture, costi, margini, fogli di calcolo e organizzazione del personale. Per Lodi, il bar management richiede lo stesso rigore della preparazione di un drink.
“Non è un ambito facile. Bisogna mettersi a studiare anche i numeri, le fatture e i fogli Excel. Inoltre, è indispensabile avere una squadra che sappia sostenerti e aiutarti. La gestione di un locale non può dipendere soltanto dall’ispirazione o dalla capacità tecnica di chi lavora dietro il banco”.
A chi desidera avvicinarsi al mondo della miscelazione, oggi sempre più vicino alla cucina per ricerca degli ingredienti, equilibrio delle preparazioni e sperimentazione, Lodi suggerisce di non lasciarsi sedurre dall’esibizione tecnica fine a se stessa. Il suo consiglio è racchiuso in una sola parola: semplicità.
“Oggi si vedono tecniche particolari e procedimenti provenienti dalla cucina, ma credo che le persone vogliano soprattutto semplicità. Non è un caso che siano tornati con forza i cocktail classici. La parola d’ordine, per me, rimane proprio semplicità”.
Lo stesso sguardo pragmatico emerge quando il discorso si sposta sul pairing, formula spesso evocata nel mondo della ristorazione e della miscelazione. Milord ha sperimentato percorsi di abbinamento tra cibo e cocktail, cercando di trasformare il consumo in un viaggio culturale e geografico. I risultati, tuttavia, non hanno confermato l’idea che il pairing possa diventare facilmente un format stabile.
“Se ne parlava molto già tra il 2017 e il 2018. Anche noi abbiamo provato a proporre alcune esperienze di pairing. In collaborazione con una chef avevamo creato una sorta di passaporto del mondo, abbinando un drink ispirato a una determinata nazione a un piatto proveniente dallo stesso Paese. Sinceramente, però, non abbiamo ottenuto il riscontro che ci aspettavamo. Credo che il pairing possa funzionare bene in serate specifiche, come evento occasionale, ma non sono convinto che abbia la stessa efficacia come format continuativo”.
Una delle ragioni risiede probabilmente nelle abitudini culturali del pubblico italiano: “A differenza degli americani, che possono bere un ‘Martini Cocktail’ anche durante il pasto, in Italia non abbiamo ancora sviluppato pienamente questo tipo di cultura”.
Quando si cerca un cocktail capace di rappresentare personalmente Cristian Lodi, la risposta conduce al “Daiquiri”. Milord, tuttavia, sembra trovare una delle sue espressioni più riconoscibili nel “Negroni”, al quale il locale ha scelto di dedicare uno spazio particolarmente ampio nella propria proposta.
“Il mio cocktail preferito è il ‘Daiquiri’. Posso però anticipare che nel nuovo menu ci saranno due pagine dedicate al ‘Negroni’, che consideriamo uno dei cocktail da provare assolutamente al Milord”.
La musica completa infine il ritratto del locale. Se un abbinamento sonoro potesse accompagnarne l’identità, Lodi sceglierebbe generi capaci di sostenere la conversazione senza sovrastarla, restituendo calore, eleganza e profondità all’ambiente.
“Amo molto il jazz e il blues. Sono generi che utilizziamo spesso, soprattutto durante l’aperitivo. Credo che siano la colonna sonora più adatta al Milord”.
Dal cambio radicale di carriera alla costruzione di una cultura del servizio, il percorso di Cristian Lodi mostra come un cocktail bar non possa vivere soltanto di ricette ben eseguite. Servono formazione, capacità imprenditoriale, attenzione ai dettagli e una precisa idea di ospitalità. La tecnica può sorprendere, ma è l’accoglienza a creare un legame. E mentre le tendenze cambiano, i classici ritornano e le mode si consumano, Milord sembra affidare la propria identità a un principio elementare: fare bene le cose, senza dimenticare chi si trova dall’altra parte del banco.


