O mia bela Madunina, novant’anni di storia milanese

Era il 1936 quando Giovanni D’Anzi, compositore milanese doc, compose in una sola notte quella che sarebbe diventata l’inno non ufficiale di Milano. O mia bela Madunina nacque come risposta ironica al dominio della canzone napoletana nel capoluogo lombardo, e il suo debutto al Teatro Trianon — proprio la cattedrale della musica partenopea — fu già di per sé una dichiarazione di guerra culturale. La soubrette russa Lydia Johnson la portò sul palco per la prima volta, e la platea rimase in silenzio per qualche secondo, sorpresa, prima di esplodere in un applauso che non si è mai davvero spento. Novant’anni dopo, il settimanale Maria con te del Gruppo Editoriale San Paolo dedica al brano un racconto approfondito, ripercorrendo le tappe di una canzone dialettale diventata, nel tempo, qualcosa di molto più grande di una semplice melodia.

Il riferimento nel titolo è alla statua dorata dell’Immacolata che svetta sulla guglia più alta del Duomo, punto di orientamento fisico e spirituale per generazioni di milanesi. Durante le Cinque Giornate del 1848 la statua fu incoronata con il tricolore per segnalare il ritiro degli austriaci; nella Seconda guerra mondiale fu invece nascosta sotto un telo grigio-verde per non offrire un bersaglio ai bombardieri alleati. Il 6 maggio 1945, con Milano finalmente libera, la folla si radunò in piazza per condividere con il cardinale Ildefonso Schuster — oggi beato — la gioia della liberazione. Nel marzo 2020, nel pieno del lockdown, l’arcivescovo Mario Delpini salì sulle terrazze del Duomo per recitare il Rosario in solitudine, usando le parole del ritornello come antifone. Un brano laico che, nelle ore più difficili, ha saputo farsi preghiera collettiva.