A Binyamina, a pochi chilometri da Cesarea, il passato è riaffiorato nel modo più inatteso: non dentro una sala museale, non al centro di un sito monumentale già noto, ma durante lavori infrastrutturali legati alla nuova ferrovia costiera ad alta velocità. Due statue romane in marmo, risalenti a circa 1.700 anni fa, sono state rinvenute sepolte all’interno della fossa di raccolta del vino di un torchio romano-bizantino, in condizioni di conservazione definite straordinarie dagli archeologi dell’Autorità israeliana per le Antichità. Una scoperta che colpisce non solo per il valore artistico dei manufatti, ma anche per il contesto enigmatico in cui sono stati trovati: le due protomi, cioè teste con busto, erano disposte ordinatamente a faccia in giù, come se fossero state occultate con cura quando il torchio era ormai fuori uso. Non è ancora chiaro se siano state nascoste per proteggerle, per sottrarle a distruzioni successive o per ragioni legate al riutilizzo dell’area, ma proprio questo margine di mistero rende il ritrovamento particolarmente affascinante.
Una delle statue conserva un’iscrizione greca con il nome di Licurgo, riferimento che potrebbe rimandare a Licurgo di Sparta, figura fondativa della tradizione spartana, oppure a Licurgo di Atene, statista e oratore del IV secolo a.C. La ricerca è ancora all’inizio, ma l’ipotesi che queste opere rappresentassero personaggi storici del mondo greco-romano apre una prospettiva significativa sul gusto culturale dell’élite locale in età romana. Secondo gli studiosi, statue di questo tipo erano collocate tanto in edifici pubblici quanto nelle dimore delle classi più abbienti, che attraverso immagini, iscrizioni e rimandi alla classicità costruivano un preciso racconto di prestigio, appartenenza e legittimazione culturale. Non lontano dal luogo del ritrovamento erano già emersi resti di un bagno pubblico e non si esclude che le statue potessero decorare una villa lussuosa appartenuta a un ricco abitante dell’area di Cesarea. La scoperta assume così un valore che va oltre l’eccezionalità dell’oggetto antico: mostra come il paesaggio contemporaneo, attraversato da grandi opere e cantieri, continui a poggiare su stratificazioni profonde, spesso invisibili, capaci di riaffiorare e costringere il presente a rallentare. Il progetto ferroviario “Connecting Israel”, destinato a potenziare le linee costiere e a introdurre collegamenti ad alta velocità tra Haifa e Tel Aviv, si è trasformato in questo caso anche in un’occasione di conoscenza storica, confermando quanto l’archeologia preventiva sia oggi uno snodo essenziale tra sviluppo infrastrutturale e tutela del patrimonio. Le statue saranno presentate al pubblico il 18 giugno 2026 al MUZA, Eretz Israel Museum di Tel Aviv, durante la settima conferenza archeologica annuale “In the Center”, dedicata quest’anno alla casa domestica, e resteranno esposte per tutta l’estate. Successivamente saranno sottoposte a ulteriori interventi di pulizia, conservazione e studio, con l’obiettivo di identificare con maggiore precisione i personaggi raffigurati e ricostruire il loro contesto originario. In un’epoca in cui il patrimonio antico rischia spesso di essere percepito come repertorio immobile, questa scoperta ricorda invece che l’archeologia è un processo vivo, fatto di domande aperte, dettagli materiali e intuizioni progressive. Due volti in marmo, rimasti nascosti per secoli sotto la terra, tornano oggi a interrogare non solo gli specialisti, ma anche il pubblico: chi li commissionò, dove erano esposti, perché furono sepolti con tanta cura? La risposta arriverà forse solo in parte, ma intanto Binyamina ha restituito al Mediterraneo un frammento prezioso della sua memoria romana.


