Eredità della Disco

E Jesse Saunders iniziò a spingere durante alcune sue serate, con la giusta determinazione e il massimo dello stimolo, una sequenza di white-label, ovvero dischi sprovvisti di etichetta, e promo(zionali) che fanno la fortuna sua e dei suoi colleghi. Jesse, asseriscono con un pizzico di invidia i colleghi, è probabilmente il primo a compiere il grande passo, quello cioè di stampare un disco di house music. Adonis spiega che uno dei primi pezzi che motivarono la nitelife era invece di Jamie Principle, “Waiting On Your Angel”.

Sono in molti ancora oggi a chiedersi quale fosse il primo disco del genere entrato nella storia: delle First Choice su Salsoul? Mannò. Oppure un prodotto di Jessie Saunders su Mitchball, come “I Like To Do It In Fast Cars”, oppure “Fantasy” di Z Factor: synth alla Kraftwerk, bassline alla eurobeat e insistenti pattern di drum machine. Prima di tutto questo, circolavano solo cassette, tentativi che dagli studi di registrazione uscivano solo per sbaglio. Larry Sherman, sulla sua etichetta Precision, pubblica materiale molto interessante.

E così fanno anche Farley Keith e Saunders sulla sua label Jes-Say. Ron Hardy cerca delle white-label ancora più grintose mentre Frankie Knuckles lascia il Warehouse. Nel frattempo, sempre nello stesso anno, si affacciano sulla scena diversi produttori di New York. Esplosioni a catena: Sinnamon con “Thanks To You”, D-Train con “You’re The One For Me”, i Visual (“Somewhere Somehow”), si passa dai totemici Peech Boys (“Don’t Make Me Wait”), dalla candida Michelle Ayres (“Another Lover”) a Cassio (“Understand One Another”), per finire a Tana Gardner (“Heartbeat”) e agli Instant Funk (“I Got My Mind Made Up”), magari transitando per Skyy (“First Time Around”). Un remix che risulterà davvero forte sarà quello per Gwen Guthrie, cioè “Ain’t Nothing Goin’ On”.

Buttafuori e buttadentro, deejay e light jay, direttori di locali e padroni di etichette discografiche, piccole medie e grandi, sono d’accordo nel decretare la fine della Disco anni Settanta, quella classica alla Sylvester o alla Gloria Gaynor. Non una fine traumatica, sia chiaro, perché la disco andrà a innestarsi, a confluire, ad amalgamarsi con la garage house, detta anche Jersey Sound, che, subito dopo aver preso il nome dal noto club newyorkese Paradise Garage, riserverà molte sorprese a tutti. Numerosi anche gli esperimenti del dj resident Larry Levan, il quale non ha mai avuto intenzione di lasciare la Grande Mela.