Viva De André

Quando le canzoni diventano jazz e la memoria si fa racconto

Ci sono opere che non chiedono di essere celebrate, ma ascoltate di nuovo. Con rispetto, intelligenza e coraggio. Viva De André nasce esattamente da questa necessità: restituire le canzoni di Fabrizio De André alla loro natura più profonda, quella di materia viva, capace di trasformarsi senza tradirsi.

Il 4 febbraio, nello spazio intimo e leggendario del Blue Note di Milano, andrà in scena uno spettacolo che da oltre sette anni percorre teatri e festival jazz italiani registrando sold out e riconoscimenti: un concerto-racconto che rilegge De André in chiave jazz contemporanea, svelandone le radici meno evidenti e forse più autentiche.

Ideato e diretto da Luigi Viva, tra i massimi studiosi dell’opera di De André e autore di due libri fondamentali pubblicati da Feltrinelli, Viva De André non è un semplice omaggio, ma un atto d’amore critico. Viva è voce narrante, guida discreta e rigorosa: intreccia musica, parole, immagini e materiali audio inediti per costruire il ritratto di un artista che ha fatto della libertà e dell’ascolto la sua cifra più profonda.

A dare forma sonora a questo viaggio è la direzione musicale e gli arrangiamenti di Luigi Masciari, chitarrista e compositore di statura internazionale, che affronta il repertorio di De André con uno sguardo jazzistico raffinato e mai invasivo. Le melodie restano riconoscibili, l’identità espressiva intatta, ma si aprono a nuove possibilità armoniche, ritmiche e timbriche. È un jazz che non sovrappone, ma dialoga. Che non copre, ma illumina.

Non è un caso: Fabrizio De André amava il jazz. Lo ascoltava, lo studiava, ne assorbiva la libertà strutturale e la tensione etica. Viva De André parte proprio da qui, rivelando un legame spesso sottovalutato e restituendo al pubblico un De André meno iconico e più umano, più curioso, più aperto.

Sul palco, una band di jazzisti di altissimo livello:

Francesco Bearzatti, Alessandro Gwis, Francesco Poeti, Pietro Iodice, guidati dalla chitarra di Masciari, con la partecipazione straordinaria di Giulio Carmassi – musicista totale, già nel Pat Metheny Unity Group – che impreziosisce la serata con tromba, voce, tastiere e percussioni. La sua presenza aggiunge ulteriore profondità a un progetto che vive di equilibri sottili e ascolto reciproco.

Nel repertorio, brani che appartengono alla memoria collettiva – La guerra di Piero, Il Pescatore, La canzone di Marinella, Canzone dell’amore perduto, Crêuza de mä – ma che qui sembrano rinascere, spogliati della retorica e restituiti alla loro verità emotiva.

Realizzato con la collaborazione della Fondazione Fabrizio De André, di cui Luigi Viva è socio fondatore, Viva De André è anche un progetto di responsabilità culturale: dimostra che custodire un’eredità non significa imbalsamarla, ma metterla in dialogo con il presente.

In una sera sola, al Blue Note, jazz e canzone d’autore si incontrano nel luogo che più di ogni altro vive di ascolto profondo. E De André, ancora una volta, continua a parlare.

5 domande per Luigi Viva

1. Questo progetto vive da oltre sette anni: cosa ti ha insegnato, nel tempo, il dialogo continuo tra la musica jazz e l’opera di Fabrizio De André?

A dire il vero il mio dialogo con Fabrizio De André dura dal giugno 1975 quando ci
conoscemmo a Roma, poi attraverso i miei due libri che lui stesso autorizzò e
supervisionò (Non Per un dio ma Nemmeno per gioco- Vita di Fabrizio De André e
Falegname di Parole, Le Canzoni e la musica di Fabrizio De André editi da Feltrinelli),
le oltre cento presentazioni e ora lo spettacolo.
Quando ci parlammo l’ultima volta al telefono, un mese e mezzo prima che ci lasciasse,
all’improvviso gli dissi “Fabrizio mi sto rendendo conto che quello che sto scrivendo non
è una semplice biografia e lo studio della tua opera, ma un libro contro il potere. Lui
annuì. Qualche tempo più tardi rinvenendo una delle bozze da lui supervisionate, vidi
una correzione che puntualizzava la sua attenzione verso “gli ignorati e perseguitati dal
potere”

2. Da studioso e da narratore, hai conosciuto De André anche attraverso materiali intimi e inediti: c’è un aspetto del suo rapporto con la musica che il jazz ti ha aiutato a comprendere meglio?

Direi che il jazz che anche lui amava, è stato un punto d’incontro. Lui lo ha suonato per
circa sei anni da giovane ed è stato fondamentale per la sua carriera artistica e la sua
preparazione. La cosa sorprendente lavorando le musiche è la intatta bellezza delle
melodie che incastonate nelle improvvisazioni, brillano nonostante la scelta di non
cantarle.


3. Viva De André non è solo un concerto, ma un racconto: quanto è importante, per te, accompagnare l’ascolto con le parole senza mai sovrastare la musica?

Lo spettacolo è molto articolato, la narrazione si alterna alla musica dal vivo, agli audio inediti di Fabrizio, alle immagini, con lo scopo di evidenziare il rigore ed impegno civile che ha attraversato tutta la sua opera.


4. Gli arrangiamenti di Luigi Masciari rispettano profondamente l’identità dei brani pur trasformandoli: qual è stato il confine più delicato da non oltrepassare nel rileggere De André?

Così a bruciapelo, direi evitare di cantarlo. In effetti abbiamo scelto questa formula
perché è la più difficile. Riscrivere gli arrangiamenti, farci affiancare da grandi jazzisti di
livello internazionale, è difficilmente replicabile, non scontato e consente una rilettura
anche originale. Il fatto di non usare le parole, dal punto di vista evocativo, da maggiore
forza all’esibizione, perché dentro ognuno di noi viene quasi spontaneo lasciarsi andare
al ricordo della sua voce. Luigi Masciari ha fatto un lavoro di straordinaria eleganza,
evitando il già sentito, rispettando le melodie, tanto da ricevere anche il plauso di Dori
Ghezzi.

5. Dopo tanti anni di studio, spettacoli e libri, che cosa continua ancora oggi a sorprenderti di Fabrizio De André come uomo e come artista?

Fabrizio per me era come un fratello maggiore e la amara considerazione finale mi
porta a dire che il suo rigore artistico, intellettuale e politico è servito a poco. Basta
vedere la deriva o come direbbe lui, la rumenta che ci avviluppa ogni giorno di più.