Con “Noè”, quarto album pubblicato per la divisione Classics & Jazz di Universal Music Italia, Francesco Cavestri prova a spostare il jazz contemporaneo fuori dalla sua comfort zone, senza rinunciare alla complessità della scrittura né alla cura del suono. Il giovane pianista e compositore, classe 2003, arriva a questo lavoro dopo IKI – Bellezza Ispiratrice e ne amplia l’orizzonte: non più soltanto la bellezza come scintilla creativa, ma la musica come possibile forma di salvezza dentro il disordine del presente. L’immagine dell’arca diventa così più di un riferimento narrativo: è una struttura simbolica che tiene insieme generi, timbri e linguaggi diversi, dal trio jazz all’elettronica, dal piano solo agli arrangiamenti sinfonici. Il rischio, in operazioni di questo tipo, è quello dell’accumulo estetico, della somma di suggestioni più che della loro reale necessità. Noè, invece, sembra cercare una sintesi: dieci brani originali, circa quaranta minuti di durata, un percorso che alterna tensione e sospensione, immediatezza melodica e ambizione cinematografica.
L’apertura di Omen of a Sea, con il suo pattern elettronico e vorticoso, mette subito in chiaro la direzione: il pianoforte non è un oggetto da museo, ma un corpo vivo, capace di dialogare con pulsazioni digitali e ritmi serrati. La title track Noè riporta il discorso dentro un trio dal suono moderno, mentre The Essence of Beauty sceglie una dimensione più lirica. Freedom introduce un respiro urbano ed elettronico, confermando la volontà di parlare a un pubblico non necessariamente abituato al linguaggio jazzistico. Il finale con Souvenir di un Bacio, registrato dalla Budapest Scoring Orchestra, porta il disco verso una dimensione orchestrale intensa, quasi da colonna sonora, dove la scrittura sinfonica non cancella l’identità del progetto ma la espande. La produzione di Luca Mattioni, insieme agli arrangiamenti firmati con Cavestri, lavora su un equilibrio delicato tra acustico e digitale, improvvisazione e forma, suono analogico e programmazione. Riccardo Marchese e Alessandro Simeoni contribuiscono a dare fisicità al materiale, mentre il lavoro di mix e master di Giuseppe Salvadori negli Universal Recording Studios Italy restituisce un’immagine sonora nitida, elegante, mai sovraccarica. In questo senso Noè è anche un disco che interroga il rapporto tra jazz e nuove generazioni: non tenta di semplificare il linguaggio, ma lo rende attraversabile.
È qui che Cavestri mostra il lato più interessante del suo percorso, già segnato da studi al Conservatorio di Bologna, esperienze negli Stati Uniti tra Berklee College of Music e scena newyorkese, concerti in club e festival rilevanti, fino al riconoscimento di Forbes Italia tra i Top 100 Under 30. Il suo profilo, però, non basta da solo a spiegare il disco: conta la capacità di costruire un immaginario coerente, dove l’acqua diventa caos e rinascita, movimento e purificazione. Noè non è un album che cerca il consenso facile, ma nemmeno si chiude nell’autoreferenzialità della musica colta. La sua forza sta proprio in questa zona intermedia, fragile e fertile, dove il jazz incontra la cultura popolare senza perdere densità. Per TrafficJam, è un lavoro da osservare con attenzione: non perché proclami una rivoluzione, ma perché prova a indicare una rotta possibile per una nuova musica strumentale italiana, capace di essere accessibile, visiva, internazionale e ancora profondamente autoriale.


